Lo squilibrio nel cinema

Squilibrio.

La parola che quest’anno fungerà da fil rouge nel mondo di Scambi Festival è squilibrio. Sarà il tema della seconda edizione del festival e per questo anche della seconda edizione di Dissolvenze: i corti di Scambi, il concorso di cortometraggi di Scambi Festival che raccoglie le opere di diversi artisti dall’Italia e dal mondo. Tutti i partecipanti potranno giocare sul significato di squilibrio, scomporre le sue definizioni per trasformarlo in opere ricercate e fantasiose, lasciandosi guidare da ciò che è stato e che è lo squilibrio nel cinema.

La definizione più comune del termine squilibrio è “perdita di equilibrio”, “instabilità”. 
Ora, che si tratti di uno squilibrio di potere come rappresentato ne Il silenzio degli innocenti (1991), o di uno squilibrio tra due fazioni ideologiche estreme ed opposte come in BlackKklansman (2018), o ancora di uno squilibrio mentale come in Psycho (1960), oppure perfino di uno squilibrio temporale come nel più recente Tenet (2020), per noi non ha importanza.

In questo articolo non vogliamo concentrarci sul significato del termine. Abbiamo scelto piuttosto di analizzare alcune componenti tecniche del linguaggio cinematografico che nel corso della storia del cinema hanno trasmesso agli spettatori un qualche tipo di squilibrio.

Le prime tecniche utilizzate per comunicare un senso di squilibrio risalgono agli albori della storia del cinema, durante gli anni delle avanguardie dell’Espressionismo tedesco.

Per rispondere all’esigenza di film dai contenuti misteriosi e distorti, i registi di questi primi decenni del ‘900 sperimentarono con l’angolazione della macchina da presa per creare nuove inquadrature. A questo periodo, infatti, risale il Dutch tilt o angolo olandese, che si ottiene inclinando la macchina da presa fino a un massimo di 45°: alterando l’equilibrio dell’inquadratura frontale a cui lo spettatore è abituato, si provoca un senso di disagio, di squilibrio.

Notorious (1946)
Notorious- L’amante perduta (1946)

In un’epoca in cui la settima arte prendeva ancora molto in prestito dal teatro, i fondali dipinti spesso dovevano rispecchiare lo squilibrio vertiginoso e irreale delle sceneggiature. Per realizzare le scenografie de Il gabinetto del dottor Caligari (1920), incentrato sulla difficile distinzione tra allucinazione e realtà, il regista Robert Wiene contattò i pittori espressionisti Reimann e Röhrig; i due si ispirarono ai modelli pittorici di Kirchner per rappresentare una città dai toni sbilenchi e deformi, che riassumeva la precarietà di una Germania segnata dalla crisi economica, sociale e politica.

The Cabinet of Dr. Caligari (1920)
Il gabinetto del dottor Caligari (1920)

Successivamente, si passò alla sperimentazione nel modo di montare le scene.

Il montaggio è un elemento cinematografico che nella sua essenza più classica tende ad essere trasparente, a passare inosservato, ad assoggettarsi alla storia per rendere la narrazione più chiara e immediata possibile. Nonostante ciò, come analizzato fin dai primi teorici sovietici, può assumere un ruolo più dominante e trasformarsi in un vero e proprio meccanismo espressivo.

In particolare, per rendere il concetto di squilibrio, spesso i montatori abbandonano le regole del découpage classico in favore di un montaggio di tipo più discontinuo.

È questo il caso di Memento (2000) di Christopher Nolan, in cui il protagonista affetto da un disturbo della memoria cerca di risalire al colpevole di un assassinio. Le sequenze del film sono montate secondo un ordine non-cronologico, che rispecchia la memoria frammentata del protagonista: lo spettatore è così reso partecipe della mancanza di equilibrio del personaggio, del suo senso di spaesamento nel cercare disperatamente di ricordare qualcosa che è stato dimenticato.

Per trasmettere uno squilibrio, comunque, non è necessario ricorrere a montaggio così evidente; se ne può fare un uso più sottile, come accade nel celebre (1963) di Federico Fellini. In questo capolavoro di metacinema, la realtà si confonde spesso con lo spazio onirico dei sogni del protagonista. Per sfumare la linea di confine tra le sequenze, Fellini fa trapelare un elemento del sogno nell’ambientazione reale e lo utilizza come perno per passare senza interruzioni alla scena seguente. Lo spettatore percepisce questo squilibrio tra reale e onirico di pari passo con il protagonista, scivolando continuamente insieme a lui fra la vita vera e il sogno.

8½ (1963)
(1963)

Relativamente a componenti che passano inosservate ma che sono in realtà di fondamentale importanza, “il sonoro”, come sostiene il noto regista David Lynch, “costituisce almeno il 50% dell’esperienza cinematografica” e addirittura “in alcune scene è quasi il 100%”. Difatti, modificare il grado d’intensità degli effetti sonori di una scena è uno dei metodi più efficaci per catapultare lo spettatore da uno spazio emotivo all’altro.

In una particolare scena de Lo sciacallo – Nightcrawler (2014) di Dan Gilroy, il sonoro si fa via via più intenso mentre il protagonista osserva un operatore video che riprende le drammatiche conseguenze di un incidente d’auto; la colonna sonora, le sirene delle polizia, il rombo di un aeroplano… tutto cresce e cresce mentre l’idea di diventare un operatore video divora la mente del protagonista. Lo squilibrio della scena è così presentato attraverso un gioco di contrasti tra il caos assordante del mondo di fuori e il focus interiore del personaggio principale.

In maniera opposta, nel film drammatico di Darius Marder Sound of Metal (2019), lo squilibrio è dato dall’improvvisa e quasi-totale sordità che colpisce il protagonista, resa attraverso un sonoro ovattato e permeato da un basso ronzio, che cozza con il fragore della batteria a cui il protagonista e lo spettatore erano abituati nei primi minuti del film.

Nell’ambito più specifico della colonna sonora, anche una singola canzone può assumere un ruolo centrale nel rappresentare lo squilibrio all’interno di un’opera cinematografica.

Ne Il lato positivo – >Silver Linings Playbook (2012) di David O. Russell, il detonatore degli scatti rabbiosi del protagonista è la canzone del suo matrimonio, My Cherie Amour di Stevie Wonder; questa melodia viene quindi associata a un senso di squilibrio che si manifesta nel protagonista ogni qualvolta si sente quella canzone.

Similarmente, si può affidare alla colonna sonora il compito di anticipare la sensazione di squilibrio.

Nel thriller Inception (2010), i personaggi ideati da Christopher Nolan operano all’interno dei sogni delle persone e utilizzano la canzone Non, je ne regrette rien di Edith Piaf per comunicare tra loro il momento esatto del risveglio dal sogno: per lo spettatore, nel corso del film la canzone assume il significato di un avviso che precede il crollo della struttura onirica, l’inizio dello squilibrio.

Spostando la nostra attenzione sulla fotografia e analizzando luci e colori, notiamo come la scelta della palette risulti sempre di fondamentale importanza. Il colore, infatti, è una tra le componenti cinematografiche più sfruttate per suggerire allo spettatore determinati stati d’animo.

Uno dei metodi preferiti dei direttori della fotografia per rappresentare uno squilibrio è quello di assegnare precisi colori ai personaggi, così che la loro presenza (o assenza) sia immediatamente riconoscibile.

Ne La donna che visse due volte (1958), thriller celebre per il primo utilizzo dell’effetto vertigine sperimentato da Alfred Hitchcock, ai due protagonisti vengono assegnati dei colori specifici: rosso per lui, verde per lei. Queste due tinte appartengono esclusivamente a loro: quando i due personaggi non sono in scena, nemmeno i loro colori risultano presenti; ciò infonde nello spettatore un lieve ma chiaro senso di spaesamento.

Una sensazione di squilibrio legata all’utilizzo del colore può anche interessare l’intera pellicola, inghiottire completamente il mondo della narrazione.

Nel film cult Matrix (1999) nato dalle menti delle registe e sceneggiatrici Lana e Lilly Wachowski, le sequenze ambientate all’interno dell’omonimo mondo virtuale sono impregnate di una tinta verde, la stessa di cui brillano gli schermi dei vecchi computer che si vedono nel film. Questo piccolo accorgimento funge da ulteriore suggerimento per lo spettatore nel distinguere la realtà da Matrix.

The Matrix (1999)
Matrix (1999)

Un’altra strategia per sbilanciare la percezione dello spettatore nell’ambito della fotografia cinematografica è quella di affidarsi al color grading, cioè alla correzione digitale dei colori della pellicola.

Nel film Fratello, dove sei? (2000) dei fratelli Coen, la natura normalmente verdeggiante del Mississippi è volutamente scolorita: l’erba, gli alberi e i cespugli assumono toni marroni e polverosi, in maniera tanto anormale da saltare subito agli occhi dello spettatore.

Seguendo tendenze più espressioniste, infine, può anche essere il concetto stesso di colore ad assumere il significato di squilibrio, come accade in Pleasantville (1998) di Gary Ross: i due protagonisti si portano con sé il colore, la libertà, lo squilibrio che mette sottosopra il mondo in bianco e nero in cui vengono catapultati.

Pleasantville (1998)
Pleasantville (1998)

Abbiamo analizzato vari modi in cui il tema dell’edizione di quest’anno di Scambi è stato interpretato nella storia del cinema, ma ora tocca a voi farvi guidare dallo squilibrio nella creazione della vostra opera!

Avete tempo per iscrivere il vostro corto fino al 5 Giugno 2022 sulla piattaforma FilmFreeway o tramite il form sul sito di Scambi. La partecipazione è aperta a corti sia in lingua italiana che in lingua straniera, per questo abbiamo creato due categorie apposite. Per maggiori informazioni visitate la pagina di <citeDissolvenze sul nostro sito web.

Non vediamo l’ora di vedere le vostre opere!

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