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La Nouvelle Vague e la sua ricerca dello squilibrio

Ognunǝ di noi concepisce lo squilibrio in maniera diversa in particolar modo nel mondo del cinema, possono essere le inquadrature, le storie o nel mio caso una nuova ondata che interessò il cinema francese alla fine degli anni ’50.

Quando penso alla parola squilibrio non può quindi che venirmi in mente la Nouvelle Vague, una nuova corrente cinematografica frutto della voglia di giovani cineastз di uscire fuori dagli schemi, infrangere le regole per trovare la loro personale concezione di arte.
Per lз giovani registз della Nouvelle Vague il cinema esistente in Francia doveva essere demolito, era necessaria un’azione di rinnovamento che partisse proprio dalle giovani menti francesi.
Chi meglio rappresentò questo movimento furono sicuramente François Truffaut e Jean-Luc Godard che, in modo diverso l’uno dall’altro, iniziarono a rompere le rigide regole dettate dal linguaggio cinematografico precedente.

Lз artistз della Nouvelle Vague si fecero portavoce di quello che accadeva attorno a loro, la crisi interna francese e la guerra in Algeria furono alcuni dei motivi che spinsero lз giovani registз a muoversi per cambiare le regole. Lo fecero in primis con le loro storie ma apportando anche delle modifiche sostanziali al linguaggio conosciuto. Se prima lз autorз erano vincolatз da regole pre-esistenti adesso erano liberз di girovagare con la macchina da presa, nacquero proprio così le riprese per strada (frutto anche di una nuova innovazione in ambito tecnico grazie alle cineprese più leggere) senza proiettori o scenografie. Lз artistз della Nouvelle Vague volevano rappresentare quello che si trovavano davanti, senza fronzoli e catturando “lo splendore del vero”.

Un film che è in grado di farci percepire lo squilibrio davanti ma soprattutto dietro la macchina da presa è “Effetto Notte” (La Nuit américaine) di Francois Truffaut. Già il titolo ci riporta alla mente una delle grandi finzioni del cinema classico, per “effetto notte” infatti si intende una tecnica cinematografica usata per far sembrare delle riprese notturne scene girate in pieno giorno.

In questo modo Truffaut inizia a raccontarci cosa vi è dietro la realizzazione di un film, le difficoltà a cui è sottoposto un set cinematografico, dalle questioni personali dellз attorз alle sfide che tutte le maestranze del cinema devono affrontare. La pellicola si conclude però con la conclusione del film e la malinconia di chi vi ha partecipato. Per molti “Effetto Notte” non è altro che una dedica del regista al cinema, una metafora della vita stessa piena di squilibri e di difficoltà.

Se Truffaut affronta il tema dello squilibrio di più sul piano narrativo chi ne farà la sua bandiera dal punto di vista del linguaggio sarà proprio Jean-Luc Godard. Godard con i suoi film vuole essere irriverente e riportare in maniera schietta e precisa la realtà che lo circonda. Nei suoi film non manca mai la componente una politica, di analisi della società e dei suoi squilibri.
Il film che lo portò alla ribalta è sicuramente “Fino all’ultimo respiro” (À bout de souffle) del 1960, storia di un ladro e truffatore in costante fuga dalla legge. Considerato proprio uno dei film manifesto della Nouvelle Vague è la pellicola che darà il via alla sperimentazione linguistica tipica del movimento con i suoi jumpcut e le riprese prive di qualsiasi raccordo narrativo.
Se “Fino all’ultimo respiro” è il film che portò alla ribalta Godard uno dei suoi film più conosciuti è sicuramente “Il Bandito delle 11” (Pierrot Le Fou), la storia di Ferdinand che scappa con la sua vecchia fiamma Marianne inseguita a sua volta da una banda che la vuole morta. L’intero film è un esplosione di colori, immagini di natura diversa che fanno dell’intera pellicola un esempio perfetto di pop art. Godard catapulta il suo spirito innovatore nel film e lo fa raccontando le storie dei due protagonisti con un montaggio frenetico, falsi raccordi e scene ripetute.

Ferdinand: Tutto ciò a cui pensa è divertirsi.
Marianne: Con chi parli?
Ferdinand: Con il pubblico.

Una delle scene più iconiche del film è sicuramente il momento in cui il regista certifica la presenza del pubblico all’interno della pellicola rompendo la quarta parete e facendoci entrare completamente all’intero della discussione tra Ferdinand e Marianne. Un film al cardiopalma, ispirato dai grandi film di Hollywood ma rivisto nella chiave tutta particolare di Godard.

Con queste premesse è ben chiaro comprendere quanto la Nouvelle Vague sia stata importante nella libertà di sperimentazione dellз giovani registз, non possiamo non citare alcuni dei nomi che insieme a Godard e Truffaut contribuirono a costellare di bellissime opere il movimento della Nouvelle Vague: primo fra tutti Alais Resnais con il suo “Hiroshima Mon Amour”, ma anche Claude Chabrol, Jacques Rivette o Éric Rohmer.

Tra tutti i nomi della Nouvelle Vague però è giusto citare quello di una grande artista, capace di catapultare nelle sue pellicole le emozioni e inquietudini del suo tempo tenendo sempre fede alla sua interiorità. Sto parlando di Agnes Varda, colei che può essere definita una delle poche registe donne degli anni ’50 ma che oltre questa etichetta è stata molto di più. Con i suoi film è stata in grado di parlare delle donne, delle loro realtà e dei loro squilibri. L’ha fatto con attenzione e cura non facendo mancare mai nemmeno la caratteristica stilistica tipica della Nouvelle Vague. Il film che personalmente può descrivere tutto questo è “Cleo dalle 5 alle 7” (Cléo de 5 à 7) che racconta in tempo reale le due ore che trascorre la protagonista, Cleo, in attesa di un referto medico che potrebbe diagnosticarle una grave malattia.

Agnes Varda racconta la vita di questa cantate abituata allo sfarzo e allo splendore che si ritrova ad essere catapultata in questa nuova realtà dove tutto è messo in discussione e dove tutto potrebbe finire. L’intera pellicola ci racconta questo squilibrio nato dall’attesa di qualcosa di pauroso e sconosciuto e lei stessa afferma quanto il film possa essere suddiviso in due momenti: nella prima parte della pellicola la visione di Cleo di se stessa è fortemente influenzata dallз altrз, dalle loro attenzioni e dai loro sguardi, in qualche modo recita una parte assegnatale dalla società. Nella seconda parte del film, successiva alla scoperta dell’eventuale malattia, Cleo inizia ad osservare lз altrз, il modo in cui interagiscono nello spazio e decide di prendere in mano la sua vita.
Lo squilibrio di Cleo le permette così di riappropriarsi di se stessa, di decidere autonomamente della propria vita.

La bruttezza è una specie di morte.
Fino a quando sarò bella sarò ancora più viva degli altri.

La Nouvelle Vague ci fa comprendere quanto lo squilibrio sia necessario: nelle loro storie e nel modo di raccontare ogni artista di questo movimento non può farne a meno. Dopotutto lo squilibrio fa parte della realtà che questз giovani artistз avevano necessità di raccontare.

Se grazie a questo articolo ti sei appassionatǝ un po’ di più alla cinematografia della Nouvelle Vague ecco a te qualche consiglio per la tua prossima serata cinema:

  • La donna è donna” (Une femme est une femme) (1961) di Jean-Luc Godard;
  • L’ultimo metrò” (Le dernier métro) (1980) di Fracois Truffaut;
  • L’anno scorso a Marienbad” (L’Année dernière à Marienbad) (1961) e “Hiroshima Mon Amour” di Alais Resnais
  • Il verde prato dell’amore” (Le bonheur) (1965) di Agnes Varda;
  • Gli ombrelli di Cherbourg” (Les Parapluies de Cherbourg) (1964) di Jacques Demy.

Buona visione!

Di Luisa

Luisa vive nella calda e soleggiata Catania e frequenta il corso di audio/video e multimedia all'Accademia di Belle Arti a Palermo.
La sua più grande aspirazione è quella di diventare una regista e il suo motto «vivo la mia vita una commedia romantica alla volta» lo conferma.
Nello strambo mondo di Scambi si dedica al suo concorso per cortometraggi “Dissolvenze” e a tutto quello che va dal cinema verso l’infinito e oltre.

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